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Ansia Sintomi .it

ANSIA SINTOMI

 

Scritto da: Dott. Alessio Penzo e Dott.ssa Loredana Scalini


Cos'è l'Ansia? Quali sono i sintomi dell' ansia? Quando i sintomi dell' ansia sono segno di uno stato patologico? Quando invece sono da considerare una condizione normale? Il presente sito, Ansia Sintomi .it, è stato realizzato da Professionisti Psicologi e Dottori in Psicologia proprio per rispondere a tali quesiti.

Prima di parlare dei sintomi dell' ansia si rende necessario fare una precisazione circa il cosa si debba intendere con i termini "ansia", "ansia normale" e "ansia patologica".


Ansia e Paura

Camminavo lungo la strada con due amici
quando il sole tramontò
il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue
mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto
sul fiordo nerazzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco
i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura
e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. Edward Munch (1884).

 


Definiamo innanzi tutto il significato del termine "ansia". Tale termine è utilizzato per denominare uno stato emozionale caratterizzato da un insieme variabile di sintomi e segni, psicologici, fisiologici e comportamentali, normali o patologici. L'ansia è un'emozione che, in quanto tale, è costituita da un aspetto psicologico (il vissuto soggettivo) e un aspetto fisiologico: questi due aspetti sono strettamente legati tra loro ed entrambi concorrono alla genesi di quell'insieme di sintomi e segni che noi chiamiamo "ansia".

Sinteticamente dunque l'ansia corrisponde a uno stato emozionale consistente in un insieme di segni e sintomi a loro volta generatisi dall'attivazione più o meno intensa di specifiche strutture neurofisiologiche. Su Ansia Sintomi .it gli psicologi aderenti al progetto Psichepedia Network hanno accuratamente descritto tutti i disturbi e i sintomi dell'ansia patologica

I sintomi e i segni dell'ansia possono essere suddivisi nei seguenti tre tipi:

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  • Sintomi Fisiologici dell'ansia - come la tachicardia, le palpitazioni, la sudorazione, i tremori, ecc. Ansia Sintomi .it
  • Sintomi Psicologici dell'ansia - come la paura di morire, di impazzire, di perdere il controllo, le fobie, ecc.
  • Sintomi Comportamentali dell'ansia - come i comportamenti di evitamento, di fuga, di immobilizzazione (freezing), reazioni eccessive a stimoli innocui, comportamenti complessi ecc.)                                                                  Ansia Sintomi .it

 

Come approfondito nell'articolo sulle differenze tra l'ansia normale e l'ansia patologica pubblicato su questo stesso sito (Ansia Sintomi), i sintomi dell'ansia non sono necessariamente segno di uno stato patologico.

Quando ciò si verifica l'ansia viene definita patologica. Quest'ultima può prendere diverse forme a seconda dei sintomi e dei segni presentati dal paziente. Attualmente in ambito clinico-psicologico le varie forme dell'ansia patologiche sono chiamate Disturbi d'Ansia e i sistemi di classificazione internazionali più diffusi (di tutti i disturbi mentali) sono costituiti dall ICD-10 (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dal DSM-IV-TR (American Psychiatric Association).

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Sulla base di quanto detto appare evidente che non avrebbe senso esporre una lista generica di segni e sintomi dell'ansia proprio perchè una loro differente combinazione può dar vita a differenti Disturbi d'Ansia.

Per tale ragione nel sito Ansia Sintomi .it e nel sito www.pauradellapaura.it (dedicato agli attacchi di panico) sono stati trattati approfonditamente tutti i Disturbi d'Ansia, la loro diagnosi, i trattamenti psicofarmacologici e utili informazioni sulle possibili cure psicologiche.

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Su Ansia Sintomi .it i disturbi d'ansia sono organizzati in tre macro-categorie in base alla fascia d'età e seguendo i suddetti sistemi internazionali di classificazione:


 

Ognuna delle macro-categorie del sito Ansia Sintomi .it contiene tutti i Disturbi d'Ansia e i sintomi dell'ansia sui quali si basa la loro diagnosi secondo i principali sistemi diagnostici internazionali.


 


I SINTOMI DELL' ANSIA, ANGOSCIA E PAURA


Qual'è la differenza tra ansia, angoscia e paura? E' bene specificare sin da subito che la distinzione tra i due termini "ansia" e "angoscia" è presente solo nella lingua Italiana e in quelle di origine latina, laddove le lingue inglese e tedesco usano rispettivamente i termini anxiety e angst per indicare entrambe i termini. La confusione nell'utilizzo dei due termini genera dal fatto che i concetti psicologici legati a questi termini sono stati originariamente e prevalentemente sviluppati da autori e teorici che hanno scritto in lingua tedesca e/o inglese, per cui l'uso dell'uno o dell'altro termine è legato un po ai termini utilizzati nelle prime traduzioni, un po alle "tradizioni linguistiche" delle varie scuole o correnti di pensiero che nel corso del tempo hanno avuto a che fare con questi concetti.

Vediamo dunque sommariamente quali sono le differenze principali nell’utilizzo dei due termini ansia e angoscia:


1 – Gli psicoanalisti traducono angst con angoscia, gli psicologi con ansia.

2 – Gli psichiatri utilizzano “ansia” in riferimento ai soli aspetti psichici dell’emozione e “angoscia” quando, in concomitanza, si hanno manifestazioni somatiche talvolta particolarmente vistose.

3 – C’è chi considera l’angoscia come uno stadio più grave dell’ansia.

4 – C’è chi considera l’ansia come una condizione psico-fisica normale e, in alcuni casi, utile per il conseguimento di alcuni obiettivi, e l’angoscia come la versione nevrotica o psicotica dell’ansia.

 

ANGOSCIA = Parola introdotta in ambito filosofico da Kirkegaard – Per Freud angoscia = ansia = angst – vedi sopra.

In ambito psicocanalitico dunque i tre termini ansia, angoscia e paura assumono i seguenti significati:


  • Ansia = emozione spiacevole associata ad un atteggiamento di attesa di un evento considerato spiacevole.

  • Angoscia = sensazione di estremo malessere accompagnata da manifestazioni somatiche (neurovegetative e viscerali).

  • Paura = è legata ad un oggetto o ad una specifica situazione nota.

 

In questa sede e alla luce di quanto detto nell'articolo sulle differenze tra ansia normale e patologica, la distinzione su citata tra ansia e angoscia perde di significato, almeno su piano prettamente sintomatico. Su tale piano infatti l'ansia costituisce una forma attenuata di angoscia e la paura rimane fondamentalmente indistinguibile.

Del resto la distinzione tra ansia e paura, alla luce delle eviedenze empiriche emerse in ambito neuroscientifico, non sembra essere calzante con la realtà clinica dei Disturbi d'Ansia; un individuo infatti può presentare un attacco d'ansia anche molto intenso (sino all'attacco di panico vero e proprio) di fronte a stimoli noti o a situazioni specifiche. Preferiamo dunque assumere una posizione in base alla quale i termini ansia, angoscia e paura possono essere considerati sinonimi, per il semplice fatto che i meccanismi neurofisiologici di base son gli stessi e che in tutti i casi le differenze si collocano a monte, e cioè nelle cause più o meno dirette di tale risposta emotiva.

 


I SINTOMI DELL' ANSIA NORMALE E PATOLOGICA


 

Nell'articolo sul valore adattivo dell'ansia (e dei suoi sintomi) abbiamo definito quest'ultima come un meccanismo difensivo incredibilmente potente ed estremamente utile in tutte le situazioni di pericolo. Tale meccanismo è mediato da un numero di strutture neurofisiologiche che nel loro insieme costituiscono il sistema dell paura (ansia), la cui attivazione ci consente di evitare o di affrontare il pericolo nel migliore dei modi. Chiaramente questo tipo di ansia è definibile "normale" e "non patologica".

Quando dunque l' "ansia normale" diventa "ansia patologica"? Ebbene i criteri per stabilire se ci si trova di fronte all'una o all'altra condizione non sono semplici. In linea generale e ragionando per estremi, potremmo definire l'ansia patologica come una risposta ansiosa "esagerata" rispetto al suo oggetto, e cioè rispetto alla "reale" pericolosità dell'oggetto (situazioni, persone, oggetti, ecc.) che la scatena. Sintomi d'ansia troppo intensi rispetto alla reale pericolosità di una situazione possono avere un effetto dannoso per se e per gli altri. La funzione adattiva-difensiva dell'ansia si esplica solo entro livelli di attivazione emozionale ottimali, e cioè non troppo alti ne troppo bassi. Una risposta emotiva d'ansia troppo bassa ad esempio può sfociare in comportamenti realmente pericolosi per sé e per gli altri, mentre livelli troppo alti di ansia possono determinare reazioni eccessive altrettanto dannose per sé e per altri, ivi compresa l'immobilizzazione.

Tuttavia spesso in ambito clinico si ha a che fare con forme d'ansia anche molto intense nelle quali, almeno apparentemente, non è individuabile un vero e proprio oggetto (persone, cose, situazioni) che inneschi nel paziente la risposta ansiosa. Ciò rimanda al problema del come individuare le reali cause dell'ansia patologica. Ciò attualmente è possibile solo attraverso gli strumenti messi a disposizione dalla Psicologia, strumenti particolarmente efficaci ma ancora poco conosciuti per via della difficoltà di accesso ai servizi di Psicologia.

L'approccio psicofarmacologico, e cioè la somministrazione/assunzione di farmaci ad azione ansiolitica (come le benzodiazepine e gli SSRI) deve essere adottato solo nei casi in cui l'approccio Psicologico sia impossibile o si sia rivelato inefficace, o nei casi di fasi acute particolarmente intense/gravi: in ogni caso il farmaco non può agire sulla causa dell'ansia ma solo sull'ansia in sé come insieme di sintomi (particolarmente spiacevoli).

Se da un lato il farmaco ansiolitico può ridurre i sintomi dell'ansia in modo estremamente efficace, dall'altra tale effetto è temporaneo e cioè perdura solo fino a quando il farmaco viene assunto: ciò espone moltissimi individui al pericolo dell'abuso di psicofarmaci che può sfociare in vere e proprie forme di dipendenza e che in alcuni casi porta anche alla compromissione della vita lavorativa, sociale e relazionale-affettiva dell'individuo.

Quando si decide di assumere uno psicofarmaco è bene dunque essere ben consappevoli del fatto che tali farmaci non sono vere e proprie cure dell'ansia ma solo trattamenti che attenuano temporaneamente i sintomi dell'ansia.

Gli psicofarmaci infatti oltre a svolgere l'attività per la quale si assumono (trattamento dei sintomi dell'ansia e non cura del disturbo d'ansia), se assunti cronicamente per periodi eccessivamente prolungati e magari anche senza il controllo medico, possono determinare, oltre che patologie organiche, anche una compromissione delle performance cognitive, che a sua volta può compromettere la vita lavorativa e relazionale.

Allo stesso tempo l'uso accorto e per brevi periodi di un ansiolitico nel caso degli attacchi di panico può rivelarsi molto utile se associato ad un intervento di tipo psicologico; in questi casi infatti la riduzione dei sintomi costituisce una condizione facilitante l'inizio e la prosecuzione dell'intervento.

L'unico modo per risolvere alla radice l' ansia patologica è quello dell'intervento psicologico che, per sua natura, mira all'individuazione e alla rimozione definitiva delle cause reali del disturbo. Questo processo, a seconda del problema e dell'individuo, può essere di durata variabile e ciò spesso pone, per la maggior parte delle persone, un problema di tipo economico, visto che in Italia il Servizio Sanitario Nazionale non ha esteso i contributi anche a questa tipologia di servizi, limitandosi a svolgerli solo presso alcune asl e/o ospedali. Esistono tuttavia associazioni senza fini di lucro (come la International Society of Psychology) che offrono tali servizi a costi contenuti e più accessibili, di poco superiore al prezzo di un ticket sanitario.

L’ ansia è un disturbo tipico del nostro tempo, in particolare delle società occidentali, che si alimentano di stress e di frenetici ritmi produttivi, a scapito del pensiero e della riflessione.



ANSIA DI STATO E ANSIA DI TRATTO

 

L’ansia non è solo un disturbo, ma può rappresentare per un individuo anche un modo costante di essere e di rapportarsi alla realtà, che si è manifestato fin dall’infanzia.

Diversi studi hanno infatti dimostrato che esiste una certa continuità dei disturbi d’ansia dall’infanzia all’adolescenza, all’età adulta.

Se ad esempio un bambino presenta ansia da separazione, oppure ansia cronica, o persino attacchi di panico,  è molto probabile che la sintomatologia evolverà in un disturbo d’ansia in età adulta (disturbo di panico, fobie, disturbo ossessivo compulsivo ecc.)

La comorbilità frequentemente osservata con altre manifestazioni patologiche pone la questione della trasformazione del sentimento ansioso in una patologia diversa, come disturbi depressivi, disturbi del sonno, dell’alimentazione, ipocondria ecc.

Molti autori fanno una distinzione tra due forme di ansia:

- ANSIA DI STATO: che rappresenta l’esperienza di un particolare momento, in reazione a circostanze contingenti;

- ANSIA DI TRATTO: che rappresenta la tendenza costante ad affrontare ogni situazione di vita con ansia eccessiva.

Nel secondo caso l’ansia costituisce quello che viene definito un Tratto di personalità:

Tratti di personalità: modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali.

Quando tali tratti diventano rigidi e non adattativi e causano una significativa compromissione del funzionamento sociale o lavorativo, oppure una sofferenza soggettiva, costituiscono un disturbo di personalità.

Dunque l’ansia, intesa come tratto di personalità, può essere una modalità relazionale peculiare dell’individuo, non patologica, che va a caratterizzare la sua personalità, esattamente come altri tratti non patologici (ad esempio estroversione-introversione).

Il fatto che un individuo sia ansioso in modo non patologico (nel senso che il funzionamento sociale, lavorativo ecc. non sono compromessi e nel complesso è ben adattato al suo ambiente) non vuol dire che egli sia contento del suo modo di essere e che non voglia cambiare alcuni aspetti di sé. L’obiettivo in questo caso è raggiungere un maggiore benessere psicologico, con l’ottica cioè del “miglioramento” della propria condizione e non della “guarigione”.

Il problema fondamentale che per anni ha allontanato dall’ambito della psicologia le persone interessate ad una maggiore conoscenza di sé, finalizzata al cambiamento, è il fatto di considerarla esclusivamente affine all’area di intervento medico-psichiatrica, con l’effetto di una "medicalizzazione" della psicologia.

In realtà gli ambiti di intervento della psicologia sono tanti, ed alcuni specifici per competenze: l’area della prevenzione, dell’attivazione delle risorse psicologiche e della promozione del benessere.

Questi ambiti tra l’altro sono pienamente in linea con la definizione di Salute data dall’OMS nel 1948: “Stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non soltanto assenza di malattia”.

 


INCIDENZA E BASI GENETICHE DELL'ANSIA

 

 

I Disturbi d’Ansia costituiscono le forme più comuni di psicopatologia e sono spesso associati ad altri disturbi, come la depressione, l’abuso di alcool o di altre sostanze.

Ad esempio il rischio di avere un attacco di panico nel corso della vita è del 3%, anche se il 7% della popolazione ha avuto almeno un attacco di panico.

I disturbi d’ansia generalizzata hanno un incidenza del 5%, le fobie specifiche del 11% e in particolare la fobia sociale del 13%, il disturbo ossessivo-compulsivo del 3%.

Disturbo di Panico, fobie e disturbo d’ansia generalizzato riguardano circa il doppio di donne rispetto agli uomini.


Le ricerche genetiche sui Disturbi d’ansia sono meno numerose rispetto ad altri disturbi come schizofrenia e depressione, in quanto sono agli inizi. I risultati ottenuti sono discordanti.

Sono state evidenziate delle influenze genetiche per quanto riguarda disturbo di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo d’ansia generalizzato, disturbo post-traumatico da stress.

Per tutte le altre categorie di disturbi, comprese le fobie non sono al momento disponibili ricerche genetiche.

 


I MECCANISMI NEUROFISIOLOGICI DEI SINTOMI DELL' ANSIA

 


Un primo passo verso la scoperta dei meccanismi cellulari alla base dell’ansia è stato fatto studiando l’effetto di queste sostanze sul GABA, di cui già si sapeva essere un neurotrasmettitore inibitorio. Il GABA, applicato alla superficie dei neuroni del cervello o del midollo spinale di un gatto produceva inibizione.

Nel 1977 due gruppi di ricerche indipendenti scoprirono nel cervello l’esistenza di recettori specifici per le benzodiazepine. Questa scoperta consentì uno studio a livello molecolare sull’effetto del librium e del valium.

Fu scoperto così che la forza relativa con cui le differenti benzodiazepine si legavano alle membrane corrispondeva strettamente alla loro capacità ansiolitica.

Altri studi misero in evidenza che GABA e valium stimolavano reciprocamente il legame con i loro siti di riconoscimento. Venne quindi dimostrato che i siti di riconoscimento del GABA e del valium erano diversi ed erano localizzati sulla stessa grossa molecola proteica.

Le benzodiazepine stimolano i recettori del GABA facilitando le attività (inibitorie) di quest’ultimo a livello delle sinapsi. Questi recettori sono maggiormente concentrati nell’amigdala e nel sistema limbico in generale.

Inoltre il fatto che sostanziali assemblamenti di recettori si trovino in tutta la corteccia cerebrale fa pensare che l’effetto sedativo delle benzodiazapine sia dovuto al legame con questi recettori.

E’ probabile che le benzodiazepine facciano parte di un meccanismo naturale che regola normalmente i vari tipi di stati emotivi che si alterano nei pazienti ansiosi.

E’ stato infatti notato che alcuni farmaci, le CARBOLINE, prodotti di recente, si legano ai recettori delle benzodiazepine provocando un effetto opposto, e cioè una forma estrema di angoscia e di panico.

In seguito altre ricerche portarono alla scoperta di recettori dei sedativi-convulsivanti.

In un esperimento vennero marcati con traccianti radioattivi, energia convulsivante e venne controllata la loro capacità di legarsi ai recettori in presenza di vari sedativi, e risultò che barbiturici meprobamato e alcol, ma non le benzodiazepine, entravano direttamente in competizione con con i convulsivanti in corrispondenza dei loro siti di legame, che oggi sono definiti recettori dei sedativi-convulsivanti. Anche questi sedativi, come le benzodiazepine, facilitano gli effetti del GABA.

Fu quindi ipotizzato che i recettori del GABA, dei sedativi- convulsivanti e delle benzodiazepine, fossero su un’unica grossa proteina. I recettori del GABA  e delle benzodiazepine, si troverebbero su una subunità della proteina, mentre quelli dei sedativi- convulsivanti si troverebbero su un’altra subunità vicina a quella. Inoltre questi recettori possono interagire tra di loro (il che spiegherebbe la tolleranza incrociata).

Questa teoria è stata recentemente confermata dalla scoperta di E. Barnard, il quale ha anche scoperto che questa proteina è sensibile agli ioni cloruro. Essa infatti contiene anche il canale per gli ioni cloruro; quando una molecola di GABA si lega al suo recettore si ha una modificazione conformazionale della proteina, che allarga il canale per gli ioni cloruro, con un maggior afflusso di essi dentro il neurone e conseguente iperpolarizzazione.

 


I SINTOMI DELL' ANSIA, IL GABA E GLI ANSIOLITICI

 

 

Il GABA è sintetizzato dal glutammato per tramite dell’enzima GAD (Acido Glutammico Decarbossilasi) ed è catabolizzato da una transaminasi.

Sembra che questo amminoacido sia il maggiore trasmettitore inibitorio nel SNC dei mammiferi. E’stato infatti calcolato che più del 30% di tutte le sinapsi centrali sono di tipo gabaergico. Inoltre, sempre nei mammiferi, il GABA si trova in notevoli quantità nel cervello e nel midollo spinale.

L’applicazione di tecniche autoradiografiche ed immunocitochimiche (che usano anticorpi specifici verso la GAD presente solo nei neuroni gabaergici) ha evidenziato che il GABA si trova soprattutto in interneuroni inibitori con assone corto ad eccezione di alcune vie ad assone lungo: cellule di Purkinje, nuclei cerebellari e vestibolari, striato, sostanza nera.

Studi farmacologici con agonisti e antagonisti ed in seguito studi di biologia molecolare hanno evidenziato l’esistenza di due tipi di recettori del GABA:

GABAa: E’ una proteina composta da 5 subunità, ogni subunità possiede poi diversi sottotipi.

La subunità α contiene il sito di legame per le benzodiazepine e la subunità β quello per il GABA. Il sito delle benzodiazepine regola positivamente (azione agonista) o negativamente (azione agonista inversa) l’azione del GABA sul recettore e richiede la presenza della sottounità γ per esercitare i suoi effetti.

Il complesso recettoriale GABAa possiede 5 siti di legame:

1- Sito del GABA

2- Sito delle benzodiazepine - omega 1, 2, 3

3- Sito della Picrotossina

4- Sito dei Barbiturici

5- Sito del cloro

Le benzodiazepine potenziano l’attività del GABA agendo come modificatori allosterici positivi e cioè provocando una variazione conformazionale del complesso proteico GABAa, aumentando l’affinità recettoriale per il GABA.

Il GABA a sua volta determina un aumento selettivo della permeabilità della membrana cellulare agli ioni cloro, inducendo inibizione post-sinaptica (o pre-sinaptica).

Studi condotti con l’utilizzo di tecniche di BINDING hanno evidenziato l’esistenza di 3 tipi di recettori (siti di legame) per le benzodiazepine:

A- OMEGA 1- prevalgono nel cervelletto, sostanza nera e corteccia cerebrale;

B- OMEGA 2- prevalgono nell’ippocampo, midollo spinale e corteccia cerebrale;

C- OMEGA 3- prevalgono nei tessuti periferici (reni, testicoli), nel tessuto gliale del SNC, hanno una funzione ancora poco chiara.

Le benzodiazepine agiscono solitamente sia sugli omega 1 che sugli omega 2.



ANSIA: SINTOMI LEGATI ALLA DEPRESSIONE

 


Un problema importante che si pone nella diagnosi e nella ricerca sui disturbi psichici è fino a che punto tali disturbi possano essere realmente distinti.

Ad esempio nella ricerca genetica ci si chiede se  geni diversi determinano patologie diverse, oppure vi sia una sovrapposizione, per cui uno stesso gene può determinare più disturbi e, viceversa, uno stesso disturbo possa essere determinato da più geni.

In particolare per i disturbi meno gravi, la situazione è molto confusa.

Spesso infatti uno stesso individuo presenta più disturbi psicologici: nell’80% dei casi almeno un altro.

Più della metà dei disturbi diagnosticati riguarda il 14% della popolazione, che afferma di avere 3 o più disturbi nello stesso tempo.

Inoltre tali problemi potrebbero derivare dai criteri diagnostici utilizzati, che spesso considerano solo le manifestazioni fenotipiche dei disturbi, senza tener conto delle cause.

L’analisi genetica multivariata ha permesso di verificare alcuni dei casi in cui uno stesso gene provoca diversi disturbi.


Ad esempio è stata scoperta una sovrapposizione genetica per ansia e depressione.

Anche l’esperienza clinica dimostra che spesso l’ansia è associata a depressione. Ciò potrebbe significare che esiste un’unica predisposizione che determina entrambi i disturbi.

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Da una ricerca sulla comorbilità in gemelli sono emersi due gruppi di fattori genetici condivisi, uno dei quali contribuisce a determinare depressione e ansia generalizzata, l’altro fobie, attacchi di panico e bulimia.

Un esempio una categoria di disturbi classificati dal DSM a parte, in cui l’individuo può manifestare solo sintomi d’ansia, oppure solo sintomi depressivi o entrambi, è quella dei disturbi dell’adattamento. Questi sintomi si manifestano in conseguenza ad un fattore stressante, o un qualsiasi cambiamento nella vita dell’individuo.

La caratteristica fondamentale del disturbo è la reazione disadattiva all’evento stressante, che implica una compromissione del rendimento lavorativo, scolastico sociale e delle relazioni interpersonali, e la presenza  di sintomi superiori rispetto alla reazione attesa.

In questo caso la depressione e l’ansia sono solo dei sintomi, che possono anche presentarsi insieme, e che rappresentano una reazione ad un evento. Questa reazione coinvolge molte caratteristiche della personalità dell’individuo, prima tra tutte la sua capacità di affrontare le situazioni di stress, ovvero il suo stile di coping.

Anche i disturbi di somatizzazione, spesso caratterizzati da ansia o depressione, oltre che da sintomi psicosomatici, pongono un problema di categorizzazione: in questo caso la somatizzazione del disturbo in sintomi fisici potrebbe rappresentare solo un sintomo di un disturbo d’ansia o di depressione, o di entrambi.

Si può concludere che gli individui e la loro realtà psichica non si prestano ad essere “etichettati”, cioè fatti rientrare forzatamente in una categoria diagnostica, che molto spesso non rende la complessità del vissuto soggettivo di sofferenza. Tale vissuto ha delle cause precise, ma può esprimersi teoricamente in tanti modi diversi quanti sono gli individui, con la loro storia, le loro influenze, le loro peculiarità innate oppure acquisite.


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Scritto da: Dott. Alessio Penzo e Dott.ssa Loredana Scalini

 
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